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Trapianto del pene, il primo paziente sta per diventare padre

Trapianto del pene, il primo paziente sta per diventare padre

Un 21enne aveva subìto l’amputazione dopo una circoncisione mal riuscita

L’intervento, sostenuto ormai quasi due anni fa, è andato a buon fine. Il pene di «seconda mano» funziona, al punto da aver svolto il suo compito anche in chiave riproduttiva. «Il paziente operato in Sudafrica sta per diventare padre», ha raccontato il chirurgo André Van DerMerwe, responsabile del dipartimento di urologia all’università di Stellebosch, che a dicembre di due anni fa trapiantò l’organo genitale maschile a un ragazzo di 21 anni, a cui l’originale era stato amputato per le complicanze legate a una circoncisione mal riuscita. Lo specialista, intervenuto al congresso della Società Italiana di Urologia svoltosi a Venezia, ha illustrato la procedura operatoria agli oltre trecento colleghi riuniti. Il primo paziente sottoposto con successo al trapianto del pene – un precedente tentativo era fallito in Cina, nel 2006 – ha fecondato la partner in maniera naturale.

Opportunità per mutilati e vittime di incidenti

Il trapianto del pene è realtà da più di un anno e mezzo. Dopo l’intervento eseguito in Sudafrica, nei mesi scorsi la procedura operatoria è andata a buon fine anche negli Stati Uniti. A finire sotto i ferri, in quel caso, era stato un paziente di 64 anni: operato per un tumore. Ciò che è nuovo è il follow-up, riportato nel corso dell’appuntamento scientifico. Van DerMerwe, incontrando la stampa italiana, ha spiegato che «l’intervento rientra in un contesto di chirurgia sperimentale, ma in alcune aree del Pianeta potrebbe trovare spazio per le vittime di incidenti di guerra e di mutilazioni genitali, che nei Paesi africani non sono poi così rare». Secondo i dati diffusi dallo specialista, ogni anno, nel solo Sudafrica, almeno 250 persone perdono il pene in seguito a circoncisioni rituali finite male. L’esperto ha spiegato come, nel caso che lo ha visto protagonista, il ragazzo aveva subito l’asportazione del pene a seguito di un intervento di circoncisione mal riuscito, condizionato dall’impiego di strumenti non adeguatamente sterilizzati. Su un moncone di un centimetro, l’equipe di Van DerMerwe ha impiantato un pene prelevato da un cadavere, dopo aver effettuato tutte le anastomosi: nervose e vascolari. Un processo necessario per garantire il recupero della piena funzionalità dell’organo: compresa l’eiaculazione. «La tecnica usata è molto simile a quella che si impiega per il trapianto di faccia», ha aggiunto Vincenzo Mirone, direttore della clinica urologica all’Università Federico II di Napoli e segretario generale della Società Italiana di Urologia -.

«La vera sfida, in questi interventi, è unire tra loro vasi e nervi dal diametro inferiore a due millimetri».

Nessuna opportunità a fini estetici

Alle nostre latitudini, le maggiori opportunità di trapianto potrebbero derivare dai pazienti che vengono operati per rimuovere un tumore al pene: pari a non più del due per cento delle neoplasie che colpiscono gli uomini. In questo caso, però, il vero ostacolo è rappresentato «dall’impiego dei farmaci immunosoppressivi, che si rende necessario a seguito di un trapianto, ma che non è invece compatibile con un paziente affetto da una neoplasia», è il pensiero di Mirone. Cauto, nel commentare la notizia, s’è rivelato pure Giuseppe Morgia, ordinario di urologia all’Università di Catania. «Ben venga il confronto con altre realtà, ma il trapianto del pene rappresenta ancora un equilibrismo chirurgico». Secondo Giuseppe Carrieri, direttore del dipartimento di assistenza integrata nefro-urologica degli ospedali Riuniti di Foggia, «di fronte a una simile notizia, abbiamo il dovere di precisare che l’opportunità è considerata soltanto in ambito clinico e non di medicina estetica».